Apri gli occhi

“All’inizio non vedono, gli occhi della ragazza fotografata da Matteo Nanni. Non possono vedere perché una benda bianca impedisce loro di scrutare ed elaborare quello che se ne sta davanti a loro. Poi, sequenza dopo sequenza, quelle bende cadono, vengono rimosse, e assistiamo alla liberazione degli occhi, prima l’uno e poi l’altro. Finalmente il mondo torna a manifestarsi, nei suoi colori – che il rossetto cangiante sulle labbra e la pelle del corpo nudo ci ricordano essere ancora vitali e presenti. La letteratura e il cinema ci hanno proposto molti esempi del momento drammatico e di intensa commozione in cui, magari dopo un’operazione, le bende vengono tolte e il buio viene sbaragliato dalla luce che rivela le fattezze del mondo; oppure, in un romanzo memorabile di Jules Verne, Michele Strogoff, tutti ricordiamo il coup de théâtre finale, quando Strogoff, corriere dello Zar, catturato dai Tartari, non viene accecato quando una sciabola arroventata viene passata sui suoi occhi, perché sta piangendo copiosamente fissando la sua povera madre. Al di là dell’immaginario che le fotografie di Nanni – realizzate con precisione “chirurgica” e con attenzione spasmodica alla successione delle sequenze: forse, se fatte scorrere rapidamente, costituirebbero il brano di un film – smuovono in ciascuno di noi, queste immagini diventano la metafora di come sia fondamentale “vedere” – e sappiamo quanta differenza passi tra il guardare e il vedere, un atto consapevole, che dà senso alla vita e che sa concedersi il tempo dell’osservazione approfondita e della elaborazione delle memorie che se ne stanno dentro di noi. Queste immagini ci ricordano quanto sia triste e impoverente la consuetudine di “passare accanto” senza vedere, quasi che una benda ci coprisse o velasse gli occhi. Forse Matteo Nanni intende invitarci a riflettere su una verità elementare affermata da Baltasar Gracián y Morales, il gesuita spagnolo del Seicento: “Non tutti coloro che vedono hanno aperto gli occhi, e non tutti coloro che guardano, vedono”.
Sandro Parmiggiani

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